In questi giorni ho ricevuto una lettera sul rapporto tra diabete ed invalidità, nel caso particolare in relazione al prepensionamento, per le persone che da anni soffrono di diabete e che non sono invalide o hanno un grado di invalidità tale da non permettere che venga loro riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa.
Io non ho il diabete, né ho nessuna forma di invalidità, ma sono sempre stato dell’idea che il diabete di per sé non sia una malattia invalidante. Certamente ogni caso ed ogni persona ha una storia a sé: a parte le complicanze che possono condurre ad invalidità anche gravi e che è giusto che vengano riconosciute, ognuno vive la propria malattia in modi differenti e per alcune persone anche il diabete ben controllato può rappresentare un handicap.
Non voglio quindi esprimermi sulle scelte individuali di ognuno, lasciando ad ogni persona la valutazione del proprio sentire su di sé il peso o meno dell’invalidità.
Le leggi e le commissioni sanitarie, servono a stabilire (almeno teoricamente) in modo oggettivo, caso per caso, l’esistenza o meno dell’invalidità e l’influenza che questa può avere sulla vita del singolo individuo, stabilendo una percentuale che, a loro giudizio, rappresenti il grado di invalidità determinato da una condizione medica o dalla compresenza di più condizioni invalidanti. Altre leggi, poi, in base alla percentuale di invalidità indicata dalle commissioni, sanciscono trattamenti e agevolazioni particolari per gli invalidi che dipendono dal grado di “difficoltà” a compiere le normali mansioni quotidiane.
Se il grado di invalidità indicato dalla commissione non corrisponde a realtà, o se l’individuo esaminato non lo considera tale, si può fare ricorso agli organi competenti o chiedere l’aggravamento.
Premesso quanto sopra, non ritengo di essere d’accordo quindi che un’invalidità che non comprometta l’esercizio delle normali mansioni sia una prerogativa per il prepensionamento, a meno che il lavoro che si svolge non richieda una abilità fisica particolare (come per esempio per i piloti di aereo o altri mestieri ad alto rischio per se stessi e per gli altri).
Allo stesso modo non ritengo che chi ha il diabete, senza complicazioni o situazioni personali particolari che riducano la sua abilità a compiere le normali mansioni quotidiane, abbia diritto a particolari agevolazioni se non a quelle che gli permettano di effettuare tutte le operazioni necessarie al controllo della propria malattia (controlli periodici presso i centri di diabetologia, controllo domiciliare della glicemia, correzioni della glicemia tramite somministrazione di insulina, o snack in caso di ipoglicemia, o sospensione momentanea del lavoro in caso di cattivo controllo glicemico che possa compromettere la propria capacità lavorativa).
Ritengo infine che considerare il diabetico senza complicanze un cittadino pari ad ogni altro, sia una grande conquista che ha portato al riconoscimento ai diabetici di pari diritti nell’accesso al lavoro, allo sport anche agonistico, allo studio, alla licenza di guida (anche se quest’ultima normativa non sempre è recepita come dovrebbe).
Naturalmente so che non tutti la pensano così e rispetto la loro opinione pur non condividendola.
Ciao a tutti.


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Sempre più giovani colpiti da diabete (tre milioni i malati complessivi in Italia), sopratutto se in sovrappeso ed obesi. E’ il dato nuovo e preoccupante che è emerso a Milano al convegno promosso dall’ Associazione Medici Diabetologi con Slow Food, per promuovere il progetto educazionale, “Diabete? No, grazie.” E’ un problema anche finanziario, si è detto in particolare da parte dell’ASL di Brescia, perchè a fronte di un 4% degli asistiti con diabete, si consuma l’11% delle risorse sanitarie. Occorre allora formulare un programma comune fra associazioni, pazienti, privati ed istituzioni mediche. In questo senso si muove l’alleanza fra AMD e Slow Food per divulgare il concetto culturale della “vita sana”. Il progetto nasce con il sito 


